Cereali autunno vernini biologici: è possibile?

Cereali autunno vernini biologici: è possibile?

Possono i cereali autunno vernini rientrare nelle produzioni biologiche? Sì. Ma si parla comunque di una nicchia. Coltivare estese superfici senza l’aiuto della chimica non è per nulla facile e non sempre conveniente. Occorrono pazienza, dedizione, un terreno che abbia determinate caratteristiche e anche un tocco di fortuna. Meccanizzazione e consociazione sono un aiuto concreto

cereali autunno vernini bio lavorazione suolo
Per i “vernini bio” le lavorazioni del suolo devono essere effettuate in modo da favorire la vita dei microrganismi che trasformano la S.O. in elementi nutritivi. La presenza di tali elementi favorirà uno sviluppo equilibrato

Quando le temperature sono basse, quando fa freddo, è il loro momento. Stiamo parlando dei cerali autunno vernini – frumento, segale, avena, orzo, farro – che in questi mesi la fanno da padrone nei campi di tutto lo Stivale. La loro coltivazione è davvero diffusissima perché entrano in numerose filiere: i cereali sono infatti utilizzati da secoli sia nell’alimentazione umana sia in quella animale. La loro trasformazione dà luogo alle farine per la panificazione e la pastificazione, ai fioccati per colazioni, ai semi perlati per minestre, a prodotti tostati e fermentati quali caffè e birra. Queste filiere possono essere anche lette in chiave bio. Sebbene la loro diffusione sia al momento bassissima, alcune coltivazioni di cereali sono state convertite a biologico per dare luogo a prodotti finali che siano esenti – lungo tutta la filiera – dall’utilizzo della chimica. Prima di descrivere gli aspetti più tecnici della coltivazione bio, si ricorda che non tutti i terreni, non tutte le aziende, non tutti gli agricoltori e nemmeno tutti i consumatori finali possono o vogliono sposare la filosofia del bio. Insomma, non basta crederci.

Agricoltori bio non ci si improvvisa

Sull’agricoltura biologica si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Diciamolo: nell’affrontare l’argomento c’è anche tanto qualunquismo, perché se è vero che a detta di molti il bio dovrebbe sopraffare la coltivazione tradizionale, è altrettanto vero che quasi nessuno saprebbe come fare. Gli addetti ai lavori lo sanno: convertire l’intera produzione nazionale da tradizionale a biologica è praticamente impossibile per svariati motivi, tra cui, senz’altro, va annoverato il drastico calo delle produzioni che ne conseguirebbe: un danno enorme per la produzione agricola italiana, che da sempre si distingue tra i produttori di cereali autunno vernini e che ha fatto di queste coltivazioni, in particolare di quella del grano, un vero e proprio fiore all’occhiello del Made in Italy. Non solo. L’agricoltura biologica, cosi come tanti altri comparti del settore agricolo, segue una normativa europea ben precisa

coltivazione biologica
Se si opta per l’agricoltura biologica si rinuncia agli erbicidi chimici. Il controllo delle infestanti può realizzarsi solo con tecniche agronomiche quali le rotazioni, la falsa semina o con l’impiego di mezzi fisici (pirodiserbo) o meccanici (sarchiatrici, erpici)

(il riferimento è al Regolamento CE n. 834/07 e successive modifiche e integrazioni) che detta regole perentorie circa la realizzazione di una produzione biologica. Tali regole, però, non da tutti possono essere facilmente adottate, anche per limiti fisiologici del terreno che si decide di coltivare o per l’orientamento aziendale scelto. In altre parole, occorre considerare che la normativa europea impone l’adozione di talune tecniche colturali che, se da un lato sono atte ad assicurare un’azione preventiva circa il mantenimento in salute della pianta e dell’ambiente circostante, dall’altro non sempre si prestano alle condizioni reali della coltivazione. Secondo l’Unione europea, infatti, se il cereale deve essere bio, allora sono assolutamente da bandire alcune pratiche molto diffuse nella coltivazione convenzionale e in particolare la monosuccessione, il ristoppio, l’utilizzo di concimi chimici a pronto effetto. Senza ovviamente contare il controllo chimico delle infestanti.

Le pratiche agronomiche a servizio del biologico

Dunque bisogna mettere in campo le pratiche agronomiche che rimangono: benissimo l’avvicendamento colturale – ovviamente non scevro da conseguenze sulla pianificazione delle attività commerciali dell’azienda – ottima la scelta di terreni di buona struttura, ricchi di azoto, con un buon tenore di sostanza organica. La domanda da porsi, però, è questa: è sempre possibile, per qualsiasi imprenditore agricolo, poter fare queste scelte?

Sì alle macchine in campo

Per fortuna, ad aiutare gli audaci c’è anche la meccanizzazione: in caso di coltivazione di cereali vernini bio, è bene desistere dal desiderio di voler provare a tutti i costi la minima lavorazione del terreno o, ancora peggio, lo zero tillage. Per contrastare la pressione delle erbe infestanti, per scongiurare gli attacchi di patogeni dovuti alla presenza di residui colturali in campo, il consiglio è di lavorare bene la terra. Via libera, quindi, ad arature serie, erpicature – perfetto, negli impianti seminati a file, l’utilizzo dell’erpice strigliatore con denti elastici – e, in caso di semina su file binate, indispensabile la sarchiatura.

La semente deve essere certificata

Se si vuole produrre bio, c’è un’altra regola da cui non si può prescindere: la semente del cereale che si intende impiegare deve anch’essa provenire da agricoltura biologica. Vietato dunque improvvisare: i semi devono essere certificati.

La scelta varietale dei cereali autunno vernini

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Il regolamento sull’agricoltura biologica non contiene prescrizioni particolari relative alle varietà dei cereali da impiegare, consiglia il ricorso a varietà che si adattino al meglio alle condizioni pedo-climatiche della zona di coltivazione per ottenere uno sviluppo equilibrato.

Per quanto concerne la scelta varietale, non esistono grosse limitazioni di ordine pedologico e climatico, relativamente alla coltivazione dei cereali autunno vernini e del frumento in particolare. Questo a seguito dell’introduzione di numerose nuove varietà e ai miglioramenti genetici che sono stati effettuati su quelle preesistenti. Tra le varietà di frumento che si sono mostrate adatte all’agricoltura biologica si segnalano Bolero – un frumento tenero panificabile dal ciclo vegetativo medio-tardivo che si caratterizza per la sua resistenza al freddo e alle patologie fungine – e Saragolla un grano duro a ciclo precoce dotato di ottima resistenza alle principali fitopatie.

La consociazione funziona

La consociazione è una tecnica normalmente poco utilizzata, ma che risulta piuttosto interessante in agricoltura biologica per via degli effetti positivi che induce sulla coltivazione del cereale. In particolare, meritano attenzione le consociazioni tra frumento e leguminose, in particolare il trifoglio. Si semina contemporaneamente in autunno, utilizzando per entrambe le specie una quantità di seme ridotta della metà, rispetto a quella utilizzata in coltura pura. A fine ciclo il grano si trebbia, mentre il trifoglio rimane in campo per ripartire in autunno. I vantaggi della consociazione sono presto detti: elevata disponibilità per il frumento di elementi nutritivi, in particolare di azoto (essendo il trifoglio una pianta azotofissatrice); controllo delle infestanti in quanto il terreno rimane coperto per l’intero periodo estivo dai residui colturali del trifoglio.

La concimazione

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La determinazione del piano di concimazione segue una rigida pianificazione che permetta di conoscere l’avvicendamento colturale, le concimazioni eseguite negli anni precedenti, le caratteristiche chimico-fisiche del suolo.

Il Regolamento sul biologico disciplina i fertilizzanti che possono essere utilizzati. Si tratta di un numero molto ristretto di fertilizzanti minerali e di alcuni fertilizzanti organici. Per l’impiego del letame, se non proveniente da allevamenti biologici, è necessario assicurarsi tramite un’apposita dichiarazione fornita dall’azienda da cui si acquista, circa la non provenienza da allevamenti industriali. L’epoca di concimazione è variabile: se si utilizza letame bovino è meglio effettuare le concimazioni in estate, prima della lavorazione principale. Se vengono impiegati concimi commerciali, parte della concimazione può essere effettuata all’atto della semina e parte in copertura nel periodo invernale. Si tenga presente che in agricoltura biologica il limite dell’azoto utilizzabile è fissato a 170 kg/Ha/anno.

 

Gestione delle infestanti e difesa fitosanitaria

Mai come in agricoltura biologica, prevenire è la prima cura. Per controllare le malerbe, la prima regola è l’adozione di un buon avvicendamento colturale. Inoltre si deve ricorrere alla scelta di alcune varietà di frumento che presentano una fase di accestimento uno sviluppo più rapido rispetto alle infestanti; si devono effettuare semine leggermente più fitte, nonché ricorrere alla falsa semina. Dopo di che, in post emergenza, può essere sempre utile il diserbo meccanico: si utilizza un erpice strigliatore ad inizio accestimento e fino allo stadio di inizio levata.
La difesa fitosanitaria si fa cosi: si implementa un sistema di controllo e monitoraggio degli organismi e dei patogeni dannosi e si prevedono interventi in via preventiva di carattere agronomico, fisico, meccanico e/o biologico. E, soprattutto, si spera.

La normativa nazionale

«Nel rispetto dei principi agronomici riferiti all’art 12, del Reg. CE n. 834/07, la fertilità del suolo e la prevenzione delle malattie è mantenuta mediante il succedersi nel tempo della coltivazione di specie vegetali differenti sullo stesso appezzamento. In caso di colture seminative, orticole non specializzate e specializzate, sia in pieno campo che in ambiente protetto, la medesima specie è coltivata sulla stessa superficie solo dopo l’avvicendarsi di almeno due cicli colturali di specie differenti, uno dei quali destinato a leguminosa o a coltura da sovescio…».

Bio o non bio… occhio all’azoto!

Ottimizzare la concimazione è un dovere di qualsiasi imprenditore agricolo, sia esso dedito alle coltivazioni tradizionali o sia esso convertito al biologico. Dal punto di vista agronomico e ambientale significa che è necessario far assorbire alla coltura la maggior parte, se non la totalità, dell’elemento nutritivo apportato. Inoltre, la quantità fornita, unitamente alle eventuali disponibilità naturali, deve trovarsi in forma facilmente assimilabile dalle piante nei periodi, e solo in questi, in cui hanno la necessità di assorbire gli elementi nutritivi.
Tutto ciò è ancora più importante per l’azoto, considerato che parecchie colture, tra cui i cereali, necessitano di quantità molto elevate di questo elemento e che la forma chimica essenzialmente assorbita dalle piante, quella nitrica, presenta una elevata mobilità che lo sottopone ad elevati rischi di lisciviazione, con trasporto in profondità ed ingresso nel ciclo dell’acqua locale e globale. Ecco perché la Direttiva CEE n. 91/676, relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole, stabilisce che gli Stati membri elaborino uno o più codici di buona pratica agricola. Predisporre un piano di concimazione aziendale, dunque, è un atto dovuto.

di Laura Parlander