Riso importato: i coltivatori italiani sono in ginocchio?

Riso importato: i coltivatori italiani sono in ginocchio?

L’invasione del riso importato a dazio zero dal sud-est asiatico sta mettendo in ginocchio i coltivatori italiani. I prezzi in caduta libera destabilizzano l’intero settore ma l’Unione Europea non sembra intenzionata ad intervenire.

di Fabio Manzini

L’esenzione dai dazi per il riso importato dall’Unione Europea dai cosiddetti paesi meno avanzati (PMA) del sud-est asiatico sta mandando in crisi la risicoltura italiana. La situazione, già grave, è ulteriormente peggiorata dal luglio 2015, quando la possibilità di introdurre riso a dazio zero in Europa, già accordata dal settembre del 2009 alla Cambogia e dal giugno 2013 a Myanmar, è stata estesa anche al Vietnam. Il nostro paese rimane il primo produttore europeo, ma la fotografia del settore è impietosa: le importazioni dai PMA sono cresciute vertiginosamente, i prezzi sono in caduta libera, le superfici coltivate si sono ridotte e le esportazioni sono calate. Come accade in tutti i mercati se da un lato ci sono soggetti che perdono dall’altro ce ne sono altri che guadagnano: le imprese italiane che confezionano e distribuiscono il riso sul mercato stanno beneficiando della calo dei prezzi d’origine, visto che il prezzo finale a cui vendono il prodotto al consumatore non si è ugualmente ridotto.

Un settore in sofferenza

L’esplosione delle importazioni di riso di varietà Indica dai PMA, a fronte di una domanda stabile sulle 400/450 mila t annue per questa varietà, ha determinato un forte calo della superficie coltivata, scesa dai 71.446 ettari del 2013 ai 33.700 del 2016 (-52,8%). Per dare un’idea della situazione, basta ricordare che nel 2016 state importate quasi 16.500 t di riso lavorato dalla Cambogia (+438% sull’anno precedente) e 1.082 t dal Vietnam (+720%). In forte controtendenza (-81%) solo Myanmar, da cui sono arrivate solo 920 t di riso (contro le 4.825 t del 2015). Oltre che dai paesi a dazio zero, nel 2016, l’Italia ha importato maggiori quantità di riso anche dalla Guyana (+144%) e dalla Thailandia (+43%). Nonostante la crescita della varietà Japonica (+5.000 ettari nel 2016), il settore risicolo italiano nel suo complesso mostra, tra il 2010 ed il 2016, una riduzione generale della superficie coltivata di quasi 13.520 ettari. La riduzione ha riguardato soprattutto la varietà Indica. La Lombardia ed il Piemonte hanno dedicato anche circa 1.500 ettari di terreno alla coltivazione del Basmati, in modo da ridurre la dipendenza dai fornitori tradizionali di questa varietà (India, Bangladesh e Pakistan). L’Italia, coi suoi 234.134 ettari di superficie coltivata e la sua produzione di oltre 1,59 milioni di t, si è, in ogni caso, confermata anche nel 2016 primo produttore UE: il nostro riso rappresenta 50% dell’intera produzione di riso comunitaria (al secondo posto c’è la Spagna col 28%). Se le importazioni hanno registrato una vistosa crescita, le esportazioni, sia verso gli altri Paesi UE (-5,3%) che verso i Paesi Extra UE (-6%), sono diminuite. In termini assoluti, nel 2016, sono state esportate 179.123 t di riso (181.415 nel 2015) nei paesi comunitari e 111.129 t (118.149 nel 2015) nei paesi extracomunitari.

prezzi riso

Prezzi in caduta libera grazie al riso importato

L’invasione di riso importato a dazio zero proveniente da paesi con costi di produzione bassissimi, ha causato un vero e proprio crollo dei prezzi alla tonnellata riconosciuti all’agricoltore, che, rispetto al 2016, si sono quasi dimezzati per tutte le varietà. Per 1 t di riso non lavorato l’agricoltore oggi (listino del 31/05/2017) riceve non più di 310/350 € per le varietà più pregiate (Arborio e Volano) e 210/230 per quelle meno nobili (Sole, Centauro, Balilla, S. Andrea); un anno fa avrebbe spuntato cifre praticamente doppie. La caduta delle quotazioni del riso, oltretutto, sembra essere inarrestabile: all’inizio di gennaio 2017 le stesse varietà venivano pagate ancora, rispettivamente, 385/430 €/t e 260/290 €/t, ovvero un 18/20% in più. Il tracollo dei prezzi costringe i risicoltori ad operare in perdita, dal momento che i ricavi ottenuti con la vendita non coprono gli elevati costi di produzione, senza portare benefici ai consumatori: il differenziale di prezzo, infatti, viene quasi interamente assorbito dall’industria di confezionamento e distribuzione, l’unico comparto del settore che beneficia della situazione. In pratica, dalla risaia alla tavola, il prezzo aumenta anche di 5 volte.

La protesta dei risicoltori italiani rimane inascoltata

riso importato prezziI coltivatori richiedono, attraverso le loro associazioni di categoria, il ripristino dei dazi sul riso importato proveniente da Cambogia, Vietnam e Myanmar. Si tratta di un’istanza che difficilmente verrà accolta dall’Unione Europea, per almeno due ragioni. La prima è che il regime di dazio zero per le esportazioni verso l’Europa non riguarda solo il riso, ma tutte le produzioni dei PMA ad esclusione delle armi (e, infatti, l’accordo si chiama EBA, ovvero Everything But Arms); la seconda è che i paesi che influenzano maggiormente le decisioni comunitarie (Germania in primis) non sono produttori di riso (o lo sono marginalmente) e, quindi, non sono toccati dal problema. Oltretutto il 93% del riso europeo è prodotto da Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, nazioni che, agli occhi degli altri membri dell’unione, hanno un’immagine tutt’altro che virtuosa. Non sembra far grande presa, almeno per il momento, nemmeno il fatto che i PMA del sudest asiatico tengano bassi i costi di produzione anche attraverso il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori e l’impiego di pesticidi vietati in Europa da un decennio. Neppure le discutibili politiche commerciali attuate, talvolta, dalla Cambogia, che importa riso da altri paesi (soprattutto dalla Thailandia) per rivenderlo come proprio (e quindi a dazio zero) da noi, hanno sensibilizzato gli organi comunitari al problema. I risicoltori italiani hanno altresì chiesto al Ministero delle Politiche Agricole di rendere obbligatoria l’indicazione in etichetta dell’origine del prodotto e dello stabilimento di confezionamento, ma intanto, per salvare il salvabile, si stanno concentrando sulla varietà Japonica e sullo svuluppo della coltivazione del Basmati.