Meglio coltivare cibo, allevare bestiame oppure orientarsi al biogas?

Meglio coltivare cibo, allevare bestiame oppure orientarsi al biogas?

Food, feed o fuel? È questo il trilemma. Meglio coltivare cibo, allevare bestiame oppure orientarsi al biogas? La decisione dell’imprenditore agricolo ha ricadute anche sul mercato fondiario

di Laura Parlander

I ricercatori e la letteratura a riguardo parlano di trilemma, un termine coniato nel 2009 per rappresentare, in sintesi, il nuovo fenomeno inerente la competizione tra produzione di cibo, allevamenti e coltivazione di agroenergie. In pratica, da qualche anno, diciamo dall’inizio del 2000, gli agricoltori italiani e quelli europei, sono più liberi di scegliere la destinazione d’uso che vogliono dare alle proprie terre. E tale liberà ne determina pure il variare – al rialzo o al ribasso – del valore fondiario. Ma andiamo con ordine perché la questione è tutto sommato semplice e sotto gli occhi di tutti, ma merita una razionalizzazione per capire al meglio la strada intrapresa dall’agricoltura italiana e dal connesso mercato fondiario.

Evoluzione alla “multidestinazione”

allevamenti agricltori biogasFacciamo innanzitutto un passo indietro: ci fu un tempo in cui le terre erano predestinate: se un’area era da sempre vocata alla coltivazione di una specie – poniamo vigneto, frutteto, seminativo – non vi erano dubbi. Per tanto altro tempo, di generazione in generazione, quelle terre sarebbero state occupate da vigneti, frutteti, seminativi. Senza se, senza ma. Poi venne il tempo dell’agricoltura multifunzionale, dello sviluppo sostenibile, delle risorse rinnovabili e non rinnovabili. Siamo alla fine degli anni 90, e il settore agricolo inizia a respirare – per lo meno in teoria – un’aria di cambiamento. Agli agricoltori sono concessi maggiori gradi di libertà, finalmente sono liberi di scegliere: possono – in alcuni casi devono – convertire le produzioni, cambiare mentalità, orientarsi al reddito e non più alla tradizione. L’ambiente e la sua tutela iniziano a entrare sempre più nel dibattito agricolo, fino poi a diventarne la maggiore determinante (vedi greening); la produzione di energie rinnovabili diventa qualcosa di concreto anche per gli agricoltori italiani. A proposito: la produzione di energia rinnovabile, ma che fine ha fatto? Superato o quasi il disastro generato dalla speculazione dei parchi fotovoltaici a terra – quante terre sono state affittate, vendute, cedute per pochi denari! – quello che di concreto è rimasto sono gli impianti di biogas. Forti di interessanti incentivi pubblici a sostegno delle energie rinnovabili, non sono pochi gli agricoltori che si sono dati alla produzione di biocarburanti e biomasse a scopo energetico. 

Ciclo virtuoso… o vizioso?

Il che ha generato due interrogativi: è corretto destinare terre produttive alla coltivazione di energia, quando la fame nel mondo si attesta a livelli spaventosi?aziende biogas (Basti guardare i dati FAO per averne conferma). È corretto spendere energia per coltivare energia? Ma, se questi interrogativi riguardano il macrosistema – il bilancio mondiale della produzione di food deve per forza di cose essere calcolato sommando le produzioni di ogni singolo terreno, di ogni singolo stato, di ogni singolo continente, dunque deve essere fatto a livello globale – è a livello locale che si gioca realmente la partita. Perché – è inutile negarlo – l’agricoltore si orienterà sempre e comunque per la produzione ad egli maggiormente conveniente e congeniale, non soltanto in termini di reddito. In altre parole: conviene utilizzare i terreni agricoli per la produzione di alimenti o di mangimi? O, ancora, meglio destinarli alle nuove coltivazioni a fini energetici? Sarà un giudizio di convenienza a dirlo, ed ogni caso sarà a sé stante anche se, volendo generalizzare, i maggiori rischi per una distorsione del mercato fondiario sono senza dubbio a carico delle aree ad alta densità zootecnica, ossia dove l’allevamento intensivo si instaura perché il terreno è naturalmente vocato a fornire un’elevata quantità di alimenti per il bestiame. Nessuno, diciamolo, si sognerebbe di convertire un vigneto trentino o friulano in un prato stabile, tanto per essere tranchant e non realistici al tempo stesso.

Allevamenti a tutto… biogas

Oltretutto, vien da sé, le aree ad alta densità zootecnica sono decisamente appetibili per chi coltiva il sogno del biogas: guarda caso, sappiamo tutti dove è maggiore la concentrazione di questi impianti. Ora, tornando al valore della terra, per compiere un corretto esercizio di estimo, occorre considerare una serie di determinanti tra cui, in primo piano, spiccano il profitto atteso dall’attività agricola e gli incentivi statali. In altre parole, infatti, come è facilmente intuibile, il valore della terra risulta direttamente correlato alla sua redditività (il noto beneficio fondiario) e alla capitalizzazione degli incentivi eventualmente erogati per quel determinato terreno. Non solo; per completare il quadro occorre considerare i possibili usi alternativi della terra: rende di più produrre alimentazione per il bestiame oppure impegnare quel terreno con un impianto di biogas? O, ancora, meglio produrre food?

Rivalutazione nel mirino

Per quanto riguarda l’impatto delle bioenergie sull’uso dei terreni agricoli e il loro valore, un’interpretazione avvalorata dalla comunità scientifica riguarda i diversi scenari collegati agli incentivi. Studiosi americani (Johansson e Azar) calcolano possibili aumenti anche del 500% del prezzo d’affitto dei terreni agricoli tra gli anni Duemila e il 2100; altri sono meno ottimisti, ma comunque sulla stessa lunghezza d’onda: un terreno è più appetibile, se genera la possibilità di usufruire di incentivi. Quello su cui tutti concordano, è che l’incentivo destinato ai grandi impianti rischia di compromettere il mercato delle commodity agricole e della terra: si stima che il biogas crei un aumento del valore dei terreni a vantaggio delle aziende più grandi e competitive, ma a discapito degli agricoltori più piccoli. Come dire: déjà-vu.