Aumento Iva? Minaccia sempre incombente

Aumento Iva? Minaccia sempre incombente

Abbiamo sentito spesso parlare aumento Iva in occasione della crisi di governo di questa estate. Il timore era che un tardivo insediamento di un nuovo esecutivo avrebbe impedito la tempestiva redazione di una nuova Legge Finanziaria, contente la proroga della sospensione all’incremento dell’aliquota ordinaria (attualmente al 22%) e di quella ridotta (10%)

di Fabio Manzini

In realtà non c’è alcuna garanzia che le future Leggi di Stabilità riescano sempre a scongiurare questi aumenti, previsti in maniera automatica da parecchio tempo

Il Governo Monti, con il famoso decreto Salva Italia (D.L 211) del 2011, ha infatti convertito in aumenti automatici delle aliquote Iva le, altrettanto celebri, Clausole di Salvaguardia (impegni a reperire risorse finanziarie per ridurre il debito pubblico) negoziate dal precedente governo Berlusconi con l’Unione Europea. La Legge di Stabilità del 2015 (art 45) ha recepito questo impegno, definendo con precisione (nell’entità e nella tempistica) gli aumenti: aliquota ordinaria al 24% e aliquota ridotta al 13% da1° gennaio 2016: aliquota ordinaria al 25,2% % e aliquota ridotta invariata al 13% da1° gennaio 2019 e aliquota ordinaria al 26,5 % e aliquota ridotta invariata al 13% dal 1° gennaio 2020.

Consapevoli dei rilevanti effetti negativi sul sistema economico, i governi che si sono susseguiti hanno, in realtà, combattuto contro questa sorta di bomba ad orologeria, scongiurando, con la sola eccezione del 2013 (quando l’Iva ordinaria è cresciuta dal 21 al 22%), incrementi nelle aliquote.

legge di stabilità 2020 aumento iva

L’ultima sospensione è quella predisposta per l’anno 2019 dall’Esecutivo Conte e la futura Legge di Stabilità 2020, solo per continuare a mantenere la sospensiva, dovrà reperire risorse per almeno 23 miliardi di euro.

conte bis

In concreto l’ipotesi che prima o poi (magari non il prossimo anno, ma in quelli successivi) il governo non riesca più a evitare l’aumento dell’Iva è tutt’altro che remota e vale la pena, quindi, valutarne gli effetti sul comparto agricolo. Per comprenderne meglio la portata, però, occorrerà analizzare preventivamente i principali Regimi Iva agricoli.

Il regime Iva applicato ordinariamente ai produttori agricoli, individuali o organizzati, è il cosiddetto Regime Speciale, in base al quale, il meccanismo ordinario di applicazione dell’Iva (fondato sulla detrazione dell’imposta assolta sugli acquisti e sull’addebito di quella incassata sulle vendite), viene derogato a favore di un modello in cui l’importo della detrazione viene determinato mediante l’applicazione di percentuali di compensazione stabilite con decreto ministeriale

In pratica il produttore agricolo dovrà versare all’Erario un importo pari alla differenza tra l’imposta dovuta con le aliquote ordinarie e l’imposta detraibile calcolata in modo forfettario, applicando le percentuali di compensazione all’ammontare imponibile dei prodotti venduti.

Vediamo un esempio pratico di come funziona questo sistema, applicabile anche alle attività connesse e alla commercializzazione dei prodotti agricoli

Se un produttore di uve da vino, soggette ad un’aliquota ordinaria del 10% e ad una percentuale di compensazione del 4%, vende per 100 mila €, maturerà un’Iva a debito di 10 mila € (100.000 x 10%). L’iva ammessa in detrazione sarà pari a 4.000 €, ossia 100.000 x 4% (percentuale di compensazione) e, pertanto, l’importo da versare ammonterà a € 6.000, cioè a 10.000 –  4.000. Naturalmente l’Iva sugli acquisti, in questo caso, non potrà essere dedotta.

Gli adempimenti previsti in termini di fatturazione, registrazione delle operazioni e annotazione sui registri sono i medesimi del Regime Ordinario, per il quale l’imprenditore agricolo potrà comunque sempre optare.

I piccoli produttori agricoli, cioè coloro che nell’anno precedente hanno realizzato un volume d’affari, costituito per almeno due terzi da cessioni di prodotti agricoli, non superiore a 7.000 €, rientrano automaticamente, invece, nel Regime di Esonero Iva.

Oltre a non effettuare versamenti Iva, i soggetti operanti in esonero iva, non sono tenuti ad emettere fatture e/o bolle d’accompagnamento e non effettuano né registrazioni ai fini Iva né liquidazioni periodiche (mensili o trimestrali).

Il superamento del limite di 1/3 delle cessioni di beni con prestazioni di servizi non agricoli determina l’uscita da Regime di Esonero a partire dall’operazione successiva a quella che ha decretato il superamento. Anche il superamento del tetto dei 7 mila € di volume d’affari determina l’uscita da Regime di Esonero, ma solo a partire dall’anno successivo.

Se l’imprenditore agricolo opta per il Regime Ordinario (imposta da versare determinata come differenza fra l’imposta incassata sulle vendite ed imposta pagata sugli acquisti), un incremento delle aliquote Iva non ha un’incidenza diretta sul conto economico

Supponiamo che il produttore di uve da vino di prima sostenga costi di produzione (che, per comodità, considereremo tutti soggetti ad Iva del 10%) per 70.000 €: l’iva ammessa in detrazione sarà pari 7.000 € (70.000 x 10%) e l’importo da versare ammonta a 3.000 € (10.000 – 7.000). L’utile complessivo dell’operazione, data l’intera deducibilità dell’imposta, è di 30.000 (100.000 – 70.000). Se l’iva aumentasse al 13% l’importo da versare sarebbe pari a € 3.900 (100.000 x 13% – 70.000 x 13%). ma l’utile dell’operazione rimarrebbe lo stesso (100.000 – 70.000 = 30.000). Non ci sono neppure effetti finanziari negativi perché la maggior Iva da versare è stata già incassata con le vendite.

Il discorso cambia, in assenza di un contemporaneo adeguamento delle percentuali di compensazione, in caso Regime Speciale. L’imprenditore considerato in esempio, in caso di aliquota sulle vendite del 13%, dovrebbe versare Iva per € 9.000 (13.000 – 4.000), vedendo ridurre il proprio utile a causa dell’incremento dell’imposta (non deducibile) pagata sull’acquisto dei fattori produttivi (buona parte dei quali è assoggettata all’aliquota del 10%, una di quelle in predicato di aumentare).

I soggetti economici che subiscono maggiormente l’effetto negativo dell’incremento dell’Iva, tuttavia, sono i consumatori finali, perché, per essi, la maggior imposta si traduce integralmente in un aumento del costo dei beni acquistati (non hanno, infatti, nessuna deduzione). Il sostenimento di costi più elevati per procurarsi beni e servizi innesca, a parità di reddito, un’invetriabile riduzione della domanda.

Se è vero che gran parte dei prodotti alimentari di origine agricola (ortaggi freschi, frutta fresca, agrumi, cereali, legumi, olio d’oliva latte, formaggi e uova) è soggetta all’aliquota minima del 4%, per la quale (al momento) non sono previsti aumenti, è anche vero che le carni (di tutti i tipi) sono assoggettate all’aliquota del 10% e il vino (uno dei nostri prodotti d’eccellenza) a quella ordinaria del 22%. Inoltre, dato che il consumatore spenderà di più pure per gli approvvigionamenti non alimentari, avrà, a parità di capacità di spesa complessiva, una minore disponibilità finanziaria anche per l’acquisto di prodotti agricoli con imposta al 4%.

La contrazione della domanda innescherà, di riflesso, una riduzione proporzionale dell’offerta (minore produzione da parte delle imprese) che causerà, a sua volta, una diminuzione della domanda di fattori produttivi, lavoro incluso. Questo meccanismo, a effetto domino, tenderà a ripetersi all’infinito: la riduzione del reddito conseguente alla minor disponibilità di lavoro provocherà un’ulteriore calo della domanda a cui il sistema produttivo farà fronte diminuendo ulteriormente l’offerta.

Questo potenziale fortemente recessivo ha indotto i governi che si sono succeduti dal 2011 ad oggi (con la sola eccezione del 2013) ad evitare con tutti i mezzi l’incremento delle aliquote Iva, scomoda eredità di esecutivi passati.