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Pensione in agricoltura: vademecum per arrivarci

pensione in agricoltura requisiti

I trattamenti pensionistici pubblici garantiscono, a fronte del pagamento di contributi commisurati al reddito da lavoro, una rendita al raggiungimento di determinati requisiti anagrafici e contributivi. In pratica, sul piano teorico, ciascun lavoratore accantona una parte dei guadagni percepiti durante la vita lavorativa per garantirsi un reddito nel momento in cui cesserà di lavorare

L’incremento della quota di pensionati sui lavoratori attivi ha, nel corso degli anni, reso insostenibile il sistema pubblico originario, basato sul calcolo retributivo della rendita e sul cosiddetto patto intergenerazionale, ossia l’utilizzo dei contributi versati dai lavoratori attivi per pagare le pensioni contemporanee

I governi sono intervenuti con almeno due riforme importanti: la Dini (1995) e Fornero (2011). La prima ha sancito il passaggio, totale o parziale (sulla base dell’anzianità contributiva al 31 dicembre 1995), al sistema di calcolo contributivo (ossia basato sull’ammontare rivalutato dei contributi versati), mentre la seconda ha da un lato aumentato l’età anagrafica minima d’accesso e dall’altro legato le rivalutazioni alla dinamica del PIL.


Il sistema pensionistico pubblico per la pensione in agricoltura, gestito dall’Inps, s’inserisce nel quadro normativo generale, ma tiene anche conto di alcune specificità, come il lavoro a giornata. Vediamo, a livello generale, come funziona, sia in riferimento ai lavoratori autonomi (IAP, coltivatori diretti, coloni e mezzadri) che ai dipendenti

Il lavoratore autonomo agricolo ha accesso a due tipi di pensione in agricoltura: quella di vecchiaia e quella anticipata (o di anzianità)

La pensione di vecchiaia può essere richiesta in presenza di due requisiti: aver compiuto 67 anni (indipendentemente dal sesso) e aver maturato almeno 20 anni di contribuzione. La rendita viene erogata a partire dal mese successivo a quello del conseguimento dei requisiti, a condizione che il richiedente abbia lasciato il lavoro attivo. Il lavoratore autonomo agricolo può richiedere la pensione anticipata (ex pensione di anzianità), così chiamata perché ottenibile in anticipo rispetto all’età prevista per quella di vecchiaia, quando ha maturato (secondo quanto previsto attualmente dal Decreto Legge numero 4 del 28 gennaio 2019), 42 anni e 10 mesi di contributi se uomo o 41 anni e 10 mesi se donna. La rendita pensionistica mensile, in entrambi i casi, è calcolata in maniera differenziata a seconda dell’anzianità contributiva al 31/12/1995 (Riforma Dini) Se, a quella data, l’anzianità contributiva era di almeno 18 anni, viene utilizzato il metodo retributivo per quanto maturato fino alla fine del 2011 e quello contributivo per gli anni successivi.


Agli iscritti al sistema previdenziale dal gennaio 1996 in poi, invece, si applica integralmente il sistema contributivo. In una situazione intermedia si trovano coloro che, al 31 gennaio 1995, avevano già maturato contributi, ma per meno di 18 anni: ad essi viene applicato un calcolo misto, ossia contributivo per quanto maturato dal 1° gennaio 1996 e retributivo per le competenze precedenti.


Vediamo nel dettaglio la differenza fra i due metodi di calcolo


pensioni agricole

Il metodo retributivo si basa sulla media annua dei redditi assoggettati a contribuzione o, in altre parole, sulle retribuzioni percepite durante un determinato periodo di vita lavorativa. In particolare, per i soggetti con almeno 18 anni di contributi al 31/12/1995, vengono presi in considerazione i 10 anni precedenti per la quota ante gennaio 1993 e i 15 anni precedenti per quella successiva (e fino al 2011).


Con il metodo contributivo, invece, il lavoratore autonomo accantona annualmente una quota della propria retribuzione ed il capitale versato produce un interesse composto ad un tasso legato all’andamento quinquennale del PIL. Al momento di andare in pensione riceve una rendita pari alla somma rivalutata dei versamenti, a cui viene applicato un coefficiente di conversione crescente in base all’età (nel 2019: 4,532% per chi va in pensione a 60 anni, 5,245% per chi chiede la rendita a 65 anni e 6,257% per chi “resiste” fino a 70 anni).


Il sistema pensionistico dei lavoratori autonomi agricoli è finanziato da contributi calcolati applicando (per il 2019) un’aliquota del 24% al cosiddetto reddito agrario convenzionale, stabilito annualmente dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e suddiviso in 4 fasce sulla base al numero di giornate lavorative annue. Il risultato poi va maggiorato di 0,68 € al giorno (nel limite massimo di 156 giornate) a titolo di contributo IVS (Invalidità Vecchiaia Superstiti). L’importo del reddito agrario convenzionale è stabilito per il 2019 (Decreto Direttoriale del 30 maggio 2019) in 58,62 € per giorno lavorativo, mentre le 4 fasce di giornate lavorative sono fissate in 156, 208, 260 e 312.


Il sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti del settore agricolo, sempre finanziato da prelievi contributivi sulla retribuzione, prevede, in considerazione della specificità dell’attività (rapporto di lavoro definito a giornate), alcuni benefici. L’aliquota contributiva complessiva sulla retribuzione è del 29,1% (ma salirà, nei prossimi anni, al livello di quella delle aziende di lavorazione dei prodotti alimentari, ossia al 32,3%), di cui l’8,84% a carico del dipendente. Sulla quota annua eccedente il cosiddetto tetto pensionabile (47.143 € nel 2019), tuttavia, è previsto un punto percentuale di prelievo aggiuntivo a titolo di solidarietà (e quindi non valido ai fini pensionistici). Per gli iscritti al sistema previdenziale dal gennaio 1996 in poi è stato stabilito anche un massimale annuo per la base contributiva (102.543 € di reddito nel 2019), oltre il quale non si versano contributi. Un particolare rilievo assumono, nell’ambito del quadro previdenziale dei dipendenti, le giornate lavorative: il requisito dell’annualità contributiva è, infatti, soddisfatto con 270 giornate annue di contribuzione per la pensione di vecchiaia e di 156 giornate per quella di anzianità. Il dipendente agricolo può richiedere la pensione di vecchiaia al compimento dei 67 anni (sia per gli uomini che per le donne) qualora abbia versato almeno 20 anni di contributi (15 per alcune categorie particolari) e la pensione anticipata (Decreto Legge numero 4 del 28 gennaio 2019) con un’anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi se uomo o 41 anni e 10 mesi se donna.


Sono, tuttavia, previste alcune eccezioni: i lavoratori precoci (ossia coloro che hanno maturato almeno 12 mesi di contributi prima dei 19 anni di età) possono ottenere la pensione anticipata con 41 anni di contributi, mentre per i lavori usuranti è prevista la possibilità di accedere al sistema pensionistico con 35 anni di contributi e 61 anni e 7 mesi di età.


La rendita erogata per la pensione in agricoltura ai dipendenti viene calcolata con le stesse modalità previste per i lavoratori autonomi: metodo retributivo fino alla fine del 2011 per gli assicurati con almeno 18 anni di contribuzione al 31/12/1995, retributivo per gli iscritti al sistema previdenziale dal gennaio 1996 in poi e misto (ovvero contributivo dal 1° gennaio 1996 e retributivo per il periodo precedente) per i lavoratori con meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995.


Anche la metodologia di applicazione del calcolo retributivo (riferimento ai 10 anni precedenti fino al 1992 e ai 15 anni precedenti fino al 2011) e contributivo (interesse composto ad un tasso legato alla dinamica quinquennale dei Pil, rivalutazione e applicazione di coefficienti legati all’età anagrafica al momento della richiesta) segue le stesse regole viste per gli autonomi.


Di Fabio Manzini

Pubblicato su giovedì 3 ottobre 2019
Categoria: normativa e amministrazione
Tags : inps pensione in agricoltura
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