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Son dazi amari



Lo scorso 18 ottobre sono entrati in vigore i dazi sui prodotti agroalimentari italiani esportai negli USA.

Le rappresentanze degli agricoltori italiani hanno invocato l’istituzione da parte dell’Unione Europea di un fondo volto ad incentivare le esportazioni, anche in considerazione delle perdite subite dal settore a causa dell’embargo nei confronti della Russia (circa un miliardo di €) e dei possibili contraccolpi economici legati all’incertezza della Brexit.


L’impiego di dazi per difendere il prodotto nazionale, tuttavia, è una pratica inefficiente e potenzialmente dannosa anche per chi alza le barriere protezionistiche. E anche questo a prescindere da una delle più ovvie conseguenze: lo scatenarsi di una guerra commerciale. Non è un caso se negli ultimi decenni c’è stata una decisa tendenza a creare o ampliare le zone di scambio a dazio zero e ad evitare l’imposizione di nuove tariffe doganali.


Analizziamo l’effetto negativo generale dei dazi, partendo dal caso specifico di quelli statunitensi sui nostri prodotti agroalimentari.


Il duplice effetto di dazi


Dal 18 ottobre 2019 gli Stati Uniti applicano una tariffa del 25% su determinati prodotti agroalimentari italiani

Dal 18 ottobre 2019 gli Stati Uniti applicano una tariffa del 25% ai seguenti prodotti agroalimentari italiani: grana padano, parmigiano reggiano, provolone, pecorino romano, olive e olio, pasta, uve e vini, agrumi e latte.


Le nostre esportazioni verso gli USA sono rilevanti, soprattutto per quanto riguarda i formaggi ed i vini: nel 2018 abbiamo venduto oltreoceano 133.621 t (il 16% del nostro export extra UE) di formaggio e 3.392.294 hl (il 47% del nostro export extra UE) di vino. In termini di valore le cifre sono, rispettivamente, di 273 milioni e 1,5 miliardi di €. Il mercato statunitense, che vale circa 230 milioni, è importante anche per la pasta. L’imposizione di dazi così rilevanti ridurrà le nostre esportazioni verso gli USA, provocando un danno stimato per l’agroalimentare nazionale compreso tra 1 e 2,2 miliardi di €.


Anche senza considerare la probabile reazione dell’Unione Europea, che potrebbe, a sua volta, applicare dazi sui prodotti provenienti dagli Stati Uniti, ci sono anche potenziali danni diretti per il sistema economico del paese protezionista. L’aumento di prezzi dei prodotti di importazione, causato dall’applicazione della tariffa doganale, dovrebbe indurre i consumatori ad acquistare i prodotti succedanei nazionali, più economici (questo, almeno, è uno degli scopi dei dazi). In realtà i produttori locali, grazie al maggior differenziale con i beni d’importazione, potrebbero, a loro volta, essere fortemente tentati di aumentare i prezzi per incrementare i profitti.


Il consumatore, trovandosi di fronte ad un divario di prezzo nuovamente ridotto, potrebbe scegliere comunque il prodotto originale d’importazione piuttosto che quello succedaneo nazionale, che potrebbe anche non avere le stesse identiche caratteristiche qualitative. Questo discorso vale soprattutto per le nostre eccellenze agroalimentari: acquistare parmigiano vero piuttosto che un’imitazione locale, se il divario di prezzo tenderà a ridursi, può rimanere un’alternativa interessante per il consumatore americano.


Lo stesso discorso vale anche per il vino o per la pasta. Anche nel caso in cui decidesse di acquistare il bene succedaneo locale, l’utilizzatore finale sborserebbe una cifra superiore rispetto a prima dell’imposizione del dazio. Risulta, pertanto, evidente come il peso del protezionismo finisca per scaricarsi interamente sul consumatore finale. L’innescarsi di un meccanismo di questo tipo poterà ad una crescita produttiva interna associata al dazio inferiore a di quella auspicata. Se, poi, ci fosse una controreazione da parte del Paese inizialmente colpito dall’imposizione doganale, allora lo stato protezionista registrerebbe anche una contrazione della produzione nei settori colpiti.


Il protezionismo esteso grava maggiormente sui consumatori

Uscendo dal caso specifico americano, possiamo chiederci, in generale, che effetto avrebbe un eventuale dazio su una materia prima anziché su un prodotto finito: ad esempio un dazio sul grano duro d’importazione, utilizzato per produrre pasta alimentare. Il meccanismo che s’innescherebbe è, inizialmente, simile a quello visto per i beni finali: il prezzo della materia prima estera crescerebbe (per effetto del dazio) ed i produttori locali di beni succedanei, grazie al maggior differenziale, aumenterebbero a loro volta i prezzi per ottenere maggiori profitti. Una materia prima più costosa costringerà i produttori di beni finali (i pastifici, ad esempio) ad incrementare i prezzi di vendita per conservare il margine operativo. Se poi anche il bene finale fosse protetto da dazi all’importazione, il produttore potrebbe essere tentato (per il meccanismo che ormai conosciamo) ad incrementare il proprio margine, aumentando i prezzi di vendita in maniera superiore all’incremento di costo. Il protezionismo si scarica sempre sui consumatori finali e, maggiori sono i passaggi e più esteso è il protezionismo, più sarà elevato il peso che essi dovranno sopportare.


Un effetto negativo sulla domanda

Una delle giustificazioni classiche all’introduzione di dazi e barriere doganali è quella dell’ipotetico aumento dell’occupazione conseguente all’incremento della produzione nazionale. L’effettivo aumento della produzione, tuttavia, dipende direttamente dalla domanda interna (data la probabile controreazione degli altri paesi, infatti, quella estera passa in secondo piano), che l’aumento dei prezzi finali potrebbe rallentare o addirittura impedire. Il consumatore, di fronte ad un differenziale di prezzo ridotto, potrebbe continuare ad acquistare il prodotto estero di maggiore qualità. L’aumento della produzione interna e dell’occupazione nazionale, pertanto, potrebbero essere assai inferiori a quanto previsto al momento dell’apposizione dei dazi all’importazione.


Gli effetti negativi su prezzi ed i ridotti (o persino nulli) effetti positivi sul sistema economico, hanno spinto, in passato, molti paresi a creare unioni doganali, in cui scambiare merci a dazio zero o a tariffe molto ridotte. La Comunità Economica Europea, antenata dell’attuale Unione Europea, istituì, nel 1958, il cosiddetto Mercato Comune Europeo proprio con questo scopo.


Insomma il protezionismo appare un mezzo di sostegno dell’economia interna inefficace e potenzialmente dannoso.


I dazi antidumping


Il dumping è la vendita all'esportazione di un prodotto a un prezzo inferiore al valore normale

Esiste un caso nel quale l’applicazione di dazi alle importazioni potrebbe essere addirittura necessario: quello del dumping. Quando un paese esporta beni ad un prezzo inferiore a quello praticato all’interno, attua una strategia commerciale scorretta, definita dumping. Il dazio antidumping ha lo scopo di riequilibrare la differenza tra il prezzo del bene praticato sul mercato estero e quello del paese d’origine. In questo caso non si tratta di attuare une pratica protezionistica aggressiva, ma di porre rimedio ad una scorrettezza altrui, evitando un pericoloso ribasso generalizzato dei prezzi nel paese importatore. Naturalmente il dazio antidumping non deve superare il differenziale di prezzo, altrimenti diventa una misura protezionistica standard.





Pubblicato su mercoledì 25 marzo 2020
Categoria: attualita
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